domenica 7 dicembre 2025

MEDEA ovvero il lato oscuro della passione

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"Tutto tace in me, fuorchè il dolor"
Medea 
Opera in 3 atti
Musica di Luigi Cherubini
Allestimento del Teatro San Carlo
Stagione 2025/26

Una Medea moderna e contemporanea quella che va in scena al Teatro San Carlo come spettacolo di apertura di stagione con la regia di Mario Martone che dichiara di essersi ispirato alle ultime sequenze di "Melancholia" (2011) di Lans Von Trier,  un film che è racconto visionario che traduce in chiave cosmica un disagio psichico attraverso la rappresentazione della preannunciata collisione di un pianeta su un altro e la distruzione di ogni rifugio illusorio costruito dai protagonisti come fittizia difesa dal crollo definitivo. Nelle idee che hanno ispirato la regia si intravede anche un omaggio al mondo dell'operetta, pensando ai celebri allestimenti anni '70,'80 e '90 della compagnia di Sandro Massimini, dove i cantanti sfondavano la quarta parete muovendosi intorno e su e giù dal palco, fondendosi con la platea: i momenti festosi del matrimonio di Glauce e Giasone il traditore sono una coreografia di danze brindisi e pacchi regalo donati in mezzo al pubblico mentre il direttore del coro scende in platea a dirigere sui quattro lati, con effetti spaziali del suono, i coristi. Tornando alla fonte di ispirazione drammatica, il film di Lans Von Trier, è la storia di un mondo che collassa su un altro mondo la cornice cosmica della scenografia che inquadra la storia di Medea portata in scena da un cast d'eccezione su cui primeggia la protagonista,Sondra Radvanovsky, premiata da infiniti applausi, che sembra fare sua personalizzandola, l'eredità di Maria Callas che rese celebre questo ruolo. Una vocalità piena, che rivela una grandissima padronanza espressiva e timbrica, conquista la scena e la domina, degnamente spalleggiata dagli altri cantanti del cast, in primis Anita Rachvelinshvili, Néris e Giorgi Manoshvili, Creonte. La sua Medea è teatro, oltre che canto, ed è solo alle movenze sceniche drammatiche che è affidato uno dei momenti più difficili dell'opera ovvero la scena in cui la sua pazzia prende piede ed esplode fino a stravolgerne la figura stessa. Medea si contorce, si strappa le vesti e non ci riesce, progetta un omicidio di massa, e soprattutto, la morte dei suoi figli, per punire il tradimento del suo sposo. Qui tutto è delirio, tutto è riso che nasconde un intento folle. Meno chiara, nella sua performance, e in quella di quasi tutti, è la dizione del testo per cui i sottotitoli diventano indispensabili, e il suo ricorso ad effetti sonori non convenzionali, come risate, sospiri, quasi singhiozzi. Una Medea a tratti verista che sembra uscire dallo stile neoclassico dell'opera di Cherubini, stile fin troppo seguito, invece, dalla direzione orchestrale di Riccardo Frizza, che guida l'orchestra nello scolpire nitidi temi melodici, di cui l'opera è piena, e movenze ritmiche fin troppo cadenzate, un'interpretazione fedele allo stile ma che risulta priva di tensioni interne, priva di climax emotivi ed espressivi. Per questa ragione lo spettatore assiste ad una messa in scena animata da un intento che dà un effetto quasi cinematografico e non più operistico: da un lato la disperazione di Medea che vibra in ogni suono, dall'altro una musica festante e cantante una serenità sublime ed eterea, che non è estranea ma prende le distanze dalla temperatura espressiva della performance vocale di Medea in scena, secondo un effetto di contrappunto linguistico molto usato nel cinema, dove la musica contraddice almeno in parte il contenuto delle immagini, e apre dubbi sul vero significato di quello cui si assiste. I due linguaggi tornano a fondersi quando Medea perde momentaneamente la parola e lascia all'orchestra il compito di cantare il suo dolore. Dolore che produce le ombre della mente, quindi la follia dell'omicidio e del matricidio, tema terribilmente attuale. Da lì in avanti anche la direzione d'orchestra adotta il registro drammatico, con effetti maggiormente coinvolgenti. A dare un ulteriore tocco di modernità, i costumi in stile Ascot che richiamano il mondo attuale della corte inglese con uomini in cravatta e cilindro o decorazioni militari, e donne in tailleur colorati o abiti in seta lunghi  fin sotto il ginocchio con cappellini eleganti. Un allestimento da non perdere.














 

lunedì 6 ottobre 2025

"Un ballo in maschera" sold out

 "Un ballo in maschera" di Verdi al San Carlo, un sold out annunciato per uno spettacolo che , a mio parere, è uno degli allestimenti più belli degli ultimi 10 anni per bellezza e ricchezza espressiva delle voci (e io ho seguito il secondo cast), duttilità dell'orchestra guidata  splendidamente dal suo direttore, potere evocativo e/o descrittivo delle scene e dei costumi tra tradizione e modernità con le luci oblique che davano effetti 3d e significati altri. (Che bello non vedere fate del bosco vestite in costume per una gara in piscina o eleganti abiti anni 80 da telenovelas per un dramma romantico!)

Tra tutte: le scene nell'antro della Sibilla con la danza sul pentacolo, in bilico tra magia bianca e nera o la scena nel cimitero dove ombre affollavano la scena e la mente dei protagonisti. L'opera inanella una serie di arie tutte cantabili e celebri, rese magnificamente da voci padrone della scena e dalle mille risorse espressive. Il tenore, il soprano, gli innamorati,  il baritono antagonista e l'indovina contralto erano le punte di una stella perfetta, in un meccanismo scenico semplice ma efficace fedele alla parola teatrale di Verdi. La musica ora scintillante, ora scherzosa, ora accorata, ora drammatica non seguiva semplicemente umori teatrali della scena ma li dominava.

La storia è nota: un conte ha intorno la sua corte, ama riamato di un amore impossibile la moglie del suo segretario fedelissimo, arriva quindi la profezia della strega che gli rivela il suo triste destino, infine il ballo in maschera che diventa luogo di un omicidio e il disvelamento finale del vero. L'innocenza, postuma, viene riconosciuta. Postuma, appunto, a omicidio compiuto. Un poco troppo tardi.







venerdì 25 luglio 2025

Incontro con il pianista Hamelin

 







 
Ci sono concerti unici nel loro happening e che lasciano il segno nelle pagine dei ricordi della vita musicale cittadina e universale. Il concerto di ieri è tra questi. Nella prima parte, un'esecuzione senza pari da parte dell'orchestra del San Carlo, diretta da Ettinger, del Poema sinfonico "Notte trasfigurata" di Schoenberg , in cui si è sentita palpitare la vita nel ritmo nella musica e accadere percorsi armonico-melodici capaci di avvolgere e carpire l'anima di chi ascoltava. Nella seconda parte è arrivato Hamelin, star del pianoforte, che ha eseguito il secondo concerto di Brahms con i suoi disegni eleganti e le sue ombre romantiche, con una leggerezza volatile e classica che ha esplorato tutte le dimensioni del suono e soprattutto nel confine tra pp e silenzio, portando alla luce le sottili sfumature e tutta la bellezza dell'uomo e della vita cui la musica può dare luce. 4 generosi bis per il pubblico entusiasta. L'autografo era una ricerca d'obbligo :) un gentile, disponibile, elegante maestro di altra epoca firmava autografi e sorrideva ad appassionati e studenti in fila per salutarlo dal vivo. Nessun segno di fastidio, dopo un faticoso concerto, nessuna alterigia. La musica che si suona riflette ciò che si ha nell'anima.
"Maestro, thank you very much for all, I'm so grateful to you"
"Margherita, so I'm I, because you have been here to listen my music"
Wow

domenica 29 giugno 2025

Wagner e Schumann di Armiliato





È una finestra sul Romanticismo tedesco dalla veduta ricca di pathos, variegata e fuggevole quanto sa essere la musica che mentre costruisce cattedrali di suoni già si spegne e chiude il suo sipario, il concerto dell'orchestra del San Carlo che ha visto sul podio Marco Armiliato e Maria Agresta come guest star. È stato un tempo musicale così intenso da volare via fin dal suo esordio, con un Brahms in versione quasi di corte, con una Serenata un po' alla maniera di Mozart sotto cui correva di tanto in tanto il filo della temperatura timbrica romantica, evidente soprattutto nell'Adagio. Un po' di maniera era anche l'esecuzione di cui il direttore ha cesellato ogni dettaglio ma nella quale, in alcuni momenti, mancava forse un po' di brio o, al contrario, di pathos. Di segno decisamente opposto la seconda parte del concerto, con apertura e chiusura, Preludio e aria finale, di una delle opere che ha aperto la musica romantica ai progressi espressivi e armonici del Novecento, il Tristano e Isotta. Sublime Maria Agresta nelle vesti di Isotta che canta l'amore sul corpo del suo amato Tristano, momento culminante della serata strategicamente posto al centro del concerto, ma è soprattutto il Preludio, in cui l'orchestra canta con un fraseggio morbido, avvolgente, intenso, pieno di pathos e sublime dolore nell'anticipare il tema dell'amore puro e assoluto che trova compimento nella morte, che l'orchestra del San Carlo, con vette dell'arte degne di un palcoscenico antico e di prestigio quale è il San Carlo, sotto la direzione sicura e intensa di Armiliato, disegna percorsi sonori, espressivi che toccano in profondità le corde dell'anima. Il Preludio, oltretutto, è anche uno dei 3 brani sinfonici più cari per la sottoscritta, e sentirlo eseguire a tali altezze mi ha catturato l'anima. Avvincente, intensa, profonda è l'avventura espressiva disegnata da Armiliato e dall'orchestra con la seconda sinfonia di Schumann. Tra Florestano e Eusebio non possiamo scegliere, ma solo partecipare ai moti altalenanti e contrastanti tra le stanze di un'anima

 


domenica 27 aprile 2025

Viviani, l'uomo e il suo teatro




TEATRO CORTESE, COLLI AMINEI
 Viviani, l'uomo, il suo teatro. Massimo Masiello scrive, interpreta a grandi livelli sia canori che teatrali, divora e restituisce emozioni autentiche e veraci del teatro di Raffaele Viviani, l'ultimo scugnizzo, ripercorrendo fasi ed eventi della vita e dell'arte dello scrittore, del capocomico, attore, cantante, poeta, uomo che ha segnato un punto cruciale negli sviluppi del teatro napoletano ed europeo. I canti di scena, poesie e momenti di teatro che restituiscono la verità del dettato dell'autore raccontano il dolore profondo o la sottile sofferenza che sono il retrogusto amaro dei suoi personaggi del vicolo, della piazza o del porto di Napoli cui restituisce dignità attraverso il canto popolare spiegato, la poesia di strada, la filosofia dell'uomo vissuto ai margini della miseria o della legalità, della disperazione o della leggerezza spensierata ma che trova sempre un solo diktat rispetto agli eventi di ieri e di oggi: lottare per sopravvivere e andare avanti. Non c'è spazio per il vuoto, la rassegnazione, l'indifferenza. Finché c'è vita, questi scugnizzi invecchiati dai pesi della vita si sbracciano e ricominciano daccapo, rialzano la testa per andare avanti. È così il padre che trasforma la gioia in una maschera di pianto dopo aver appreso della morte del primo figlio appena nato, tra lacrime e silenzi inizia a cantare la rumba degli scugnizzi, il cui ritmo piano piano prende piede e lo risolleva verso la vita, perché la vita deve andare avanti, sempre e comunque, oltre la morte, come legge di natura detta. L'Amore cantato è leggero, all'intrasatto, senza connotati e carta d'identità, o è dolore per l'abbandono, o è felicità di un connubio desiderato e finalmente realizzato, o è amaro cinismo per un tradimento. L'Amore è però soprattutto amore per il teatro e per la parola, capace di catturare dettagli minimi e pittorici della realtà, usarli per costruire metafore che portino in scena lo stato d'animo del personaggio creando la magia della comunicazione del teatro. L'Amore è Napoli, un amore grande e indescrivibile che ha accompagnato Viviani fino alla morte. Omaggio finale ad Aznavour con Lei, canto di amore e di libertà, a ricordarci che l'unico modo di essere liberi è, appunto, amare.



lunedì 14 aprile 2025

Pensiero liquido


Le onde del mare raccontano poco degli abissi. Ma tutti vivono di queste belle e mutevoli increspature d'acqua osservandone i giochi di luce, l'inseguirsi di una dietro l'altra, il loro giocare con i gabbiani, magari scattando una foto e andando via, sazi di aver riempito gli occhi di qualcosa di cui non si è compreso nulla. L'infinito del mare, l'infinito dentro di me, il mistero della natura, la manifestazione di un principio divino nel mondo. "Tu giudichi il mare da una stupida onda" recita una canzone. Perchè oggi è tutta una fuga senza sapore, un attimo che si volatilizza senza lasciare scia, un'età da pensiero liquido, sentimento liquido, spessore in frantumi.La profondità è per pochi, rari, perduti, magari seppelliti dietro una catasta di libri per nascondersi da un mondo incomprensibile in cui comunque non si può rinunciare a danzare, muoversi per non essere sconfitti, per tentare un cambiamento dall'interno, per non rinunciare allo scambio e ad una parte di se stessi.Sono con voi ma non sono con voi. Sono altro. Sono inattingibile. Sono e sarò sempre come quegli scrittori con doppia nazionalità, con un'identità al margine, emigranti rispetto sempre a qualcosa, senza patria anche a casa propria.

La foto finale mia, ritrae uno dei famosi tramonti di Baia Domizia, meta che fa storcere il naso ai radical chic, ma per me seconda casa e luogo amatissimo. 

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Non mettermi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa accorgersi più di un tramonto. Chiudo gli occhi, mi scosto un passo. Sono altro. Sono altrove. Alda Merini

venerdì 28 febbraio 2025

ROMEO E GIULIETTA

 Condivido con voi il ricordo di un allestimento che mi ha lasciato molto dentro e che si distingue per la sua eleganza ed espressività, il Romeo e Giulietta di Gounod, l'ultima opera andata in scena al San Carlo. Il soprano Elsa Dreisig che ha sostituito la Sierra per l'ultimo allestimento ha superato ogni aspettativa, tanto che il direttore d'orchestra stesso ha fermato la musica per farle un lungo applauso. Una voce delicata ma "appuntita" nel definire ogni nota del ricamo così tipico della vocalità del teatro francese ha dominato la scena senza mai superare i confini drammatici del ruolo. Cast di alto livello in ogni suo componente, tutti armonicamente uniti nel portare in scena la storia e voci espressivamente cariche di significanti scenici per i protagonisti. Cori imponenti e drammatici cantavano la fine di Verona e la tragedia della faida tra le due famiglie ma tutto il resto dell'opera, con un'orchestra puntuale negli interventi teatrali perché ben diretta, era un canto continuo e delicatamente espressivo come delicato e fragile è l'amore adolescenziale che conduce Romeo e Giulietta alla morte. Gounod, compositore francese e autore della celebre Ave Maria ispirata al preludio di Bach, non poteva trovare storia per esprimere meglio del suo sentire e stile musicale. La scenografia nuda ma efficace trasforma una torre in un arredo da sala da ballo e poi in una sala segreta dove Romeo e Giulietta vivono il proprio amore in una dimensione senza tempo e spazio, proprio come la scenografia. Ricchi e storicamente definiti, invece i costumi. Lunghi applausi e un teatro pieno, anche di turisti, hanno salutato l'ultima replica dello spettacolo.





sabato 15 febbraio 2025

Igor Levit al San Carlo

 Tu metti un pianoforte, 88 tasti, uno dei palcoscenici più antichi e suggestivi al mondo, un giovane e poliedrico artista, Igor Levit, divenuto universalmente noto per le sue dirette pianistiche, stile house concert, durante il Covid, il silenzio (esclusione fatta per qualche colpo di tosse) unanime del San Carlo, pieno di estimatori, appassionati, musicisti, maestri e studenti, un silenzio ormai perduto in ogni angolo di questa città e forse simile alla temperatura emotiva di qualche tranquilla sera di campagna animata nel buio solo dalla danza delle lucciole, qui le immobili lanterne del teatro...e il gioco è fatto. È stato un San Valentino tutto dedicato all'arte del piano, quella pura che irretisce l'animo e lo cattura in un'avventura sonora che, come un romanzo senza parole, riesce a dare commento sonoro ed emotivo alle pagine della nostra vita...










Inappuntabile e puntuale, Levit interpreta la partitura con devota precisione, ma al rigore dell'interprete unisce l'entusiasmo fanciullesco del gioco ben riuscito. La partecipazione all'esecuzione è totale, e se in Brahms tocca momenti di profondità intimità vissuta in introversa comunicazione ad un pubblico sospeso nel cogliere ogni minima sfumatura del suono e dell'anima, nella mirabile performance dell'Eroica, Levit piange e ride insieme ai discorsi di Beethoven e dirige se stesso appena una delle due mani è libera dalla tastiera. Un'esecuzione che rimarrà negli annali del San Carlo, quella della versione "ridotta" per pianoforte della sinfonia Eroica di Beethoven, che ha mostrato come i complessi intrecci sinfonici che sono l'anima della scrittura beethoveniana (impossibile leggere persino le sonate senza tenere presente un riferimento musicale sulle grandi famiglie dell'orchestra) possono divenire una cattedrale di suoni che non sono solo pianistici ma sinfonici. Il pianoforte diventa un super strumento, superando se stesso oltre i limiti della fisica. A fare la differenza, il tocco dell'uomo e del pianista che dà spessore umano e musicale alle frasi e ai contrappunto beethoveniani in un mondo sonoro 3d dove i piani sonori si intersecano, alternano dialogano, grazie alle magie di 10 dita e un tocco che sa profondare i tasti o semplicemente sfiorarli. La ricerca su timbro e fraseggio punta alla perfezione e quasi la raggiunge. Standing ovation finale di platea e palchi per questa esecuzione di un interprete che, senza alcun divismo, si inchina mille volte a rendere grazie al pubblico, come un umile lavoratore che ha prestato il suo lavoro, al servizio della dea musica. Delizioso il bis, che suona come un garbato e intimo commiato: l'amatissimo secondo tempo della Sonata Patetica, ulteriore omaggio a Beethoven e a noi del pubblico, innamorati di una musica che ci fa viaggiare oltre i confini della fisica, del tempo, e dall'ordinario.
Margherita Gargano


MEDEA ovvero il lato oscuro della passione

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