giovedì 29 agosto 2024

Hai Vent'anni

 


Foto mia❤️🌴


"Ci mandiamo

una foto del tramonto

quando non siamo vicini?

È un po' come guardarci, rubarci

gli occhi e invertirci i cammini.

L'esodo del sole che saluta i monti

le acque cullano gli stormi:

io ti penso e sono nel vento

destati! -

-non rigettare il brivido, accoglilo

lungo la schiena guidalo

subito dopo sarà calore -

l'arancio nel cielo - è l'identico.

Se guardi nel giorno

il suo addio

lì ci sono io."

da "Hai Vent'anni" di Gennaro Madera

martedì 20 agosto 2024

Marion

 

#cinema #wimwenders #monologhi #ilcielosopraberlino #wingsofdesire

Uno dei monologhi più intensi del cinema di ogni tempo. E un altro film che è mio.

Marion, una trapezista di un circo sfortunato che va in scena vestita come un angelo (abito che con sarcasmo lei stessa definisce veste con ali di pollo), racconta a se stessa i propri sogni, delusioni, paure, i voli e le cadute, di fronte a un futuro ignoto di cui cerca il senso, prima di incontrare l'amore vero, un angelo, appunto, che si farà uomo per amarla e salvarla, rinunciando all'eternità, 
un angelo che per lei abbandona i cieli di Berlino, dove, insieme ad altri angeli, ascoltava e consolava i pensieri di uomini e donne soli.
 Un film che ha fatto epoca "Il cielo sopra Berlino" (1987) dello sceneggiatore e regista tedesco Wim Wenders, premiato al Festival di Cannes per la miglior regia (1987) e che ha aperto la via a numerosi riconoscimenti per il regista.



Il cielo sopra Berlino: monologo di Marion

Ecco, è finita, neanche una stagione. Neppure stavolta ho avuto il tempo di portare qualcosa a compimento.

Il mio sogno del circo, dieci anni, un bel ricordo.

Questa sera è l’ultima col mio buon vecchio numero. E poi è anche luna piena. La trapezista si rompe l’osso del collo.

Sta’ zitta, zitta…

(…)

Spesso parlo da sola, solo per imbarazzo in momenti come questi, come adesso.

Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?

Come se qualche volta ci si dovesse chinare per vivere ancora.

Vivere, basta uno sguardo.

Il circo mi mancherà.

È buffo, non sento niente. È la fine e non sento niente.

Devo disabituarmi ad avere cattiva coscienza quando non sento niente.

Come se il dolore non avesse un passato.

Tutta la gente che ho conosciuto, che resta e resterà nella mia memoria; finisce proprio mentre sta per cominciare. Era troppo bello per essere vero.

Finalmente fuori in città. Chi sono io, chi sono diventata? La maggior parte del tempo sono troppo cosciente per essere triste. Ho aspettato un’eternità che qualcuno mi dicesse una parola affettuosa. Poi sono andata all’estero. Qualcuno che dicesse: “oggi ti amo tanto”, come sarebbe bello. Devo solo alzare la testa e il mondo si apre davanti ai miei occhi… mi sale nel cuore.

Quando ero bambina volevo viere su un’isola. Una donna sola, potentemente sola. Sì. È così.

È tutto così vuoto, slegato. Il vuoto, l’angoscia. Angoscia, angoscia, angoscia. Come un animaletto che si è perso nel bosco. Chi sei tu?

Non lo so più. So solo che non farò più la trapezista. Basta col trapezio. Le decisioni improvvise, alle quali si crede.

Ma non piangere, veramente l’ultima cosa da fare è mettersi a piangere. Succede così. Dipende; non è mica sempre tutto così come si vuole.
Così vuoto, tutto così vuoto…

Che devo fare? Non pensare più a nulla. Semplicemente esserci. Berlino. Qui sono straniera e tuttavia tutto è così familiare. In ogni caso non si ci può perdere, si arriva sempre al muro. Aspetterò davanti a un automatico e poi verrà fuori una foto con un altro viso. Così potrebbe cominciare una storia. Delle facce, ho voglia di vedere facce. Forse trovo un posto come cameriera.

Ho paura di questa sera. È idiota. L’angoscia mi fa male perché solo una parte di me ha l’angoscia e l’altra non ci crede. Come devo vivere?

Forse non è per niente questo il problema. Come devo pensare? So così poco.

E forse è perché sono sempre così curiosa. Talvolta penso in modo così sbagliato perché penso…

Come se parlassi contemporaneamente a qualcun altro. All’interno degli occhi chiusi… chiudere un’altra volta gli occhi. Allora anche le pietre sono vive…

Stare in mezzo ai colori; i colori, le luci al neon nel chiaro della sera; il metrò rosso e giallo.

Devo solo essere pronta e tutti gli uomini del mondo mi guarderanno… Nostalgia, nostalgia di un’onda d’amore che salga dentro di me.

È questo che mi rende sempre così incapace: l’assenza di piacere.

Il piacere d’amare…

mercoledì 14 agosto 2024

Dimezzati e vivi

#ilviscontedimezzato #italocalvino #oscarmondadori #scrittoriitaliani #novecentoitaliano


~~~Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.~~~

Il dolore ci spezza in due, ci priva di metà del nostro essere, ci toglie l'innocenza e ci getta nella crudeltà che a volte può caratterizzare la vita. Ma il dolore ci arricchisce, ci rende sensibili, umani, veri, capaci di guardare chi soffre come noi come un fratello e curarne le ferite come curiamo le nostre. Ci riconduce ai valori fondamentali, a quegli affetti che sono alle radici del nostro esistere, ci offre, a caro prezzo, la consapevolezza di ciò che conta davvero. Cose che possiamo conoscere solo da spezzati, dopo essere stati tagliati a metà dal dolore e che ignoravano da interi, quando ci aggiravamo per il mondo credendolo un giardino dove vivere felici e spensierati.

Italo Calvino, nel romanzo "Il visconte dimezzato" (1952) scriveva così:


~~Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l’aria; credevo di veder tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te l’auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu pure vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.
(…) O Pamela, questo è il bene dell’essere dimezzato: il capire d’ogni persona e cosa al mondo la pena che ognuno e ognuna ha per la propria incompletezza.
Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminati dovunque, là dove meno da intero uno osa credere.
Non io solo, Pamela, sono un essere spaccato e divelto, ma tu pure e tutti. Ecco ora io ho una fraternità che prima, da intero, non conoscevo: quella con tutte le mutilazioni e le mancanze del mondo.
Se verrai con me, Pamela, imparerai a soffrire dei mali di ciascuno e a curare i tuoi curando i loro.~~


giovedì 8 agosto 2024

Farò della mia anima uno scrigno

photo by Margherita Gargano 

L'Amore rappresentato come risveglio spirituale è il tema principale della poesia dell'artista libanese Gibran, vissuto in un'esile vita tra Libano e Usa tra Ottocento e Novecento. Una primavera dell'anima che diventa fioritura, suono di campane a valle e risacca del mare, come in un desiderio di fusione panico con l'universo pervaso da correnti energetiche misteriose, in perfetta linea con il simbolismo decadente europeo, in Italia con i nostri D'Annunzio e Pascoli, in Francia con i poeti maledetti. Movimento eterogeneo che attraverso le sue diverse manifestazioni poetiche dà voce con parole preziose ai segreti di un'Anima mundi che è linfa vitale di tutti i fenomeni di nascita e vita della natura. In Gibran la parola si fa nuda essenziale, scarna e trova il suo carattere prezioso più nel contenuto e nei significati accessori che nella rarità del lemma. In questo troviamo la ragione della modernità del poeta e, unita alle sue tematiche, la ragione della sua fortuna presso la cultura New age degli anni Ottanta e la cultura della protesta per i diritti civili dagli anni Sessanta in poi, in Usa e in Europa. Tante, infatti, sono le letture possibili della sua idea assoluta di amore, da sentimento universale che affratella uomini di ogni parte e condizione, a sentimento che riconduce l'uomo al suo rapporto di filiazione con la terra madre, fino al sentimento erotico, intimo, che fonda la connessione tra due persone.
Qui, una delle sue poesie più rappresentative.



Farò della mia anima uno scrigno

per la tua anima,

del mio cuore una dimora

per la tua bellezza,

del mio petto un sepolcro

per le tue pene.

Ti amerò come le praterie amano la primavera,

e vivrò in te la vita di un fiore

sotto i raggi del sole.

Canterò il tuo nome come la valle

canta l’eco delle campane;

ascolterò il linguaggio della tua anima

come la spiaggia ascolta

la storia delle onde.

Kahil Gibran, dalla raccolta " Ali spezzate"


 


MEDEA ovvero il lato oscuro della passione

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